Pietra tutto sommato decadente

Da circa due anni e mezzo trascorro parte del mio tempo in una località d’alta montagna, un luogo di una bellezza incredibile, tra vette che in un arcaico passato erano sommerse dal mare, e che ora sono vestite di candide, gelide nevi perenni. Da lontano sembrano pietre, ma se ti avvicini, scopri imperfezioni e fragilità, fenditure, pietraie, canaloni. Pietra che si spacca, che si frange, che si sbriciola, pietra tutto sommato decadente.

 

Qua e là, la traccia dell’uomo. Pensare che cent’anni fa abbiano combattuto qui una guerra, su queste creste quasi inaccessibili, in condizioni quasi insostenibili, provoca smarrimento. La retorica di guerra non mi tocca: ciò che vedo è una morte inutile dopo l’altra, un sacrificio insensato dopo l’altro, e mi chiedo: coloro che hanno consentito questa messinscena di sangue, non erano padri, non erano madri? Mi chiedo: con questa facilità hanno mandato al massacro i loro figli?

 

La retorica dell’anagrafe non mi tocca, così come non mi toccano la finzione dello stato di famiglia et similia. Troppo facile condannare a morte schiere di giovani solo perché “non li conosco”, “non mi sono parenti.” Troppo facile condannare a morte schiere di giovani.

 

In ogni modo, è tra queste montagne che mi ritrovo di tanto in tanto. La vita dell’uomo scorre, in un certo modo si evolve, mentre loro restano sempre le stesse. Ciò è confortante e spaventoso allo stesso tempo. La somma degli uomini più longevi non raggiunge neanche una frazione dell’esistenza di questi giganti grigi e bianchi che si colorano all’alba e al tramonto. Contemplare qualcosa di così immensamente grande e, almeno ai nostri occhi, eterno, ci dà la misura di ciò che siamo noi, ossia niente, ossia polvere e un alito di vento.

 

Mi appoggio a loro, certo che sopporteranno anche il mio peso; mi lascio andare con tutto me stesso, e loro mi sostengono. Vorrei essere una pietra tra le pietre, e starmene lassù almeno un po’, almeno un milione di anni, prima di sprofondare; vorrei essere la gemma sulla testa della corona, e vedere la prima e l’ultima luce del sole, e contemplare la vita e il mondo, pietra irraggiungibile, incassata laddove nessun’anima osa avventurarsi.

 

Nello scenario della mia immaginazione, come fiocchi di neve turbinanti, si muovono i miei personaggi, lottando, inseguendo, dubitando, discutendo, amando. Vivono nelle molteplici possibilità del provvisorio, esistono in uno stato quantistico in attesa di un fascio di luce che li definisca e doni loro una condizione di equilibrio.

 

Sono (per il momento) condannati a questo purgatorio in parte a causa mia, in parte a causa di un insieme di sconosciuti, le affermazioni dei quali hanno chissà come il potere di alterare il corso degli eventi. Queste parole, immagino che qualcuno le abbia pur scritte, sono ora carezze, ora bastonate; nella maggior parte dei casi sono prive di aiuto e perciò di importanza.

 

Lo devo a loro, ai miei personaggi, l’ultimo sforzo: accendere la luce su questo caso spinoso, mettere in fila i fatti, raccontare le diverse storie e i diversi punti di vista, concedere la pace a chi ormai è al di là di qualsiasi umano affanno, concedere a chi se lo merita di scendere, finalmente, dalla montagna.

 

 

(Rimarranno tutti lì, e un pochino anch’io. Sono nati lì e vivranno per sempre – il per sempre della mia mente – nel piccolo abitato di San Raimondo, nel vicino albergo di lusso Hotel Imperatrice delle Alpi, nella baita isolata, nell’antico monastero ristrutturato, nella galleria scavata dai soldati italiani, in questi luoghi di fantasia, eppure così reali, più reali del reale – il reale della mia mente, delle nostre menti).

 

A volte, la soluzione è semplice: sparare la musica a palla e mettersi a scrivere.

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