...ma non ci credi

Invii un manoscritto ad un concorso, ma non ci credi.

Passano i mesi, e quasi ti sei dimenticato di quell’invio, di quel concorso: dunque non ci credi più che mai.

Arriva una telefonata. Sei in dubbio se rispondere, con tutti gli scocciatori che chiamano. Alla fine decidi di farlo, convinto che sarà l’operatore di un’azienda di energia elettrica che ti sfiderà a prendere una bolletta (dovresti rivoltare mezza casa) per confrontare il tuo contratto con la sua offerta. Naturalmente non ci sarà paragone. Ti umilierà.

“Pronto, buonasera. William Chioccini?”

(Attento! Non rispondere “sì”! Gira questa truffa telefonica che se rispondi “sì” accetti un contratto che prevede rate fino al 2059!)

“Chi parla?”, chiedi sospettoso.

“La chiamo dal concorso Romanzi in cerca d’autore…”

Ti dicono che sei tra i finalisti e ti fanno tante congratulazioni.

Ringrazi, ma non ci credi.

Sei già stato un finalista ai concorsi letterari. È una grande soddisfazione, ma sai perfettamente che è proprio in finale che il gioco si fa duro. Un po’ ti dispiace per il tuo romanzo. Verrà sezionato, analizzato, passato al microscopio. E tu, che ne conosci intimamente pregi e difetti, sai che gli faranno male. Speri solo che la tua creatura sopporti con grazia le critiche, che non reagisca come a volte fai tu, piccato.

Saprà difendersi, ti ripeti. Ormai è grande. Deve farcela da solo. Io non posso fare più niente per lui.

E nonostante queste riflessioni logiche e razionali, continui a essere in apprensione, vorresti poter difendere la tua creatura, la creatura in cui hai messo qualche pezzetto di te.

La vita va avanti. La famiglia, il lavoro, la primavera che non vuole arrivare, che gioca a nascondino dietro cieli coperti e scrosci di pioggia.

Prenoti il treno, prenoti il bed & breakfast. Ma non ci credi.

Sei già stato a Torino, ci sei stato in un’occasione speciale: uno dei primi viaggi con la tua ragazza. Oggi quella ragazza è tua moglie. Torino è rimasta a entrambi nel cuore e tornare nei luoghi visitati anni prima ti fa uno strano effetto: credevi che avresti notato le differenze tra ieri e oggi, e invece noti le somiglianze: la voglia di esplorare la città alla ricerca di scorci bellissimi e romantici, fingere di essere i primi a scoprirli e sentirsi innamorati come non mai.

Sabato succede qualcosa che rafforza il tuo pessimismo cosmico, un fedele compagno: uno dei tuoi romanzi non supera la prima selezione di un altro concorso. Accetti il fallimento con un sorriso e pensi fra te e te: visto? Faccio bene a non crederci.

Arriva la domenica. Il giorno del Salone. Un piccolo presagio accompagna il tuo cammino: ti presenti come indicato all’area accrediti, ma il tuo nome non è nella lista dei finalisti che hanno diritto al biglietto omaggio. Ecco, pensi, si sono dimenticati di me.

Con l’aiuto dello staff del concorso, sempre gentile e disponibile, riesci a entrare. Recuperi la moglie, giri tra gli stand un po’ frastornato per la confusione e per la premiazione sempre più vicina.

Non ci credi. Ti imponi di non crederci. Perché sarebbe troppo bello. Sarebbe il coronamento di…

Per non pensarci acquisti dei libri, parli con gli autori, mangi una cosa giusto per non rimanere a stomaco vuoto. Tua moglie ti chiede se sei teso. Le sorridi, dici di no. Lei sorride, sa che hai detto una bugia.

Manca un quarto d’ora, entri in sala. Non c’è quasi nessuno. Lo staff ti fa accomodare nei posti riservati. Scegli la prima fila, in posizione laterale, defilata. Come a rimarcare, quasi ce ne fosse bisogno, che non ci credi.

Scatta l’ora X. La sala si riempie di colpo, alla fine qualcuno sarà costretto a rimanere in piedi. Inizia la conferenza che precede la premiazione. Un giornalista intervista i responsabili di Kobo, Passione Scrittore e Mondadori Store.

Segui il dibattito con interesse, si parla di editoria, di marketing e soprattutto della passione che ciascun scrittore – affermato o in erba, non fa differenza – mette nel proprio lavoro. Tua moglie ti sfiora il ginocchio con la mano, ti fa sapere che c’è, che ti sostiene. Tu sorridi, sempre quel sorriso sbruffone per nascondere la tensione.

Prende la parola il responsabile del concorso. Sciorina, rapidamente, alcuni numeri: più di 750 partecipanti, 14 finalisti, 10 dei quali presenti. Il lavoro della giuria è stato duro, ma appassionante. Apre un foglio e comincia a chiamare i nomi. Anzi, i titoli. Prima i titoli delle opere, poi i nomi degli autori.

Apre una parentesi. Il concorso prevedeva tre premi, tre pubblicazioni: una con Mondadori, altre due con case editrici legate al gruppo. La giuria ha voluto tuttavia istituire un quarto premio, un riconoscimento per un’opera che non è rientrata nelle prime tre, ma che non poteva non essere premiata in qualche modo. Chiusa parentesi.

Il tempo si è come sdoppiato. Da una parte continua a scorrere – i titoli, i nomi, gli applausi –, dall’altra è fermo, sospeso. Aspetti di udire il tuo titolo. Il nome del romanzo che una sera di alcuni mesi fa, era dicembre, l’atmosfera del Natale già nell’aria, hai lasciato partire dal tuo computer. Il tutto è avvenuto con un semplice click, ma sembrava che dovesse andare su Marte.

Il vicino di casa.

Eccolo, è lui. Ti alzi. I colleghi scrittori, i presenti alla premiazione, applaudono. È toccato a te, il riconoscimento creato ad hoc dalla giuria. La menzione speciale. Non sai bene cosa significhi, ma sei felice. Felicissimo. Accetti la targa, stringi le mani e stai per tornare a sedere quando il responsabile ti ferma: il presidente della giuria legge la motivazione. Sei orgoglioso: il tuo romanzo ha saputo difendersi.

Un nuovo applauso. Ringrazi con un cenno della mano, un po’ goffamente. Ti trovi più a tuo agio davanti a un monitor e a una tastiera che a una platea. Torni al tuo posto. Tua moglie ti dà un bacio e ti dice che è orgogliosa di te. Scopri improvvisamente che la tensione si è sciolta per lasciare spazio a un’emozione fortissima che vi avvolge, facendo scomparire tutto il resto.

I tre vincitori vengono chiamati. Antonio Micalizio, autore di “Immobile Sofia!”, è presente virtualmente – segue la diretta su Facebook –, Carlo Ceccon, autore di “Chinin”, non è potuto venire per un problema medico ed è la sua famiglia a ritirare il premio. Il primo posto è di Nicoletta Coppo con “Primavera-estate-autunno”. Fa un bellissimo discorso, incentrato sulla passione di scrivere.

Poi le foto, le strette di mano, le congratulazioni. Non fai che sorridere e ringraziare, ringraziare e sorridere. La sala deve essere lasciata libera per il prossimo evento, dovete tutti uscire. Fuori una nuova girandola di strette di mano e congratulazioni. Un po’ ne fai, un po’ ne ricevi. L’emozione torna, più forte di prima. Tu, che ti sei sempre impegnato, tu, che ci hai sempre creduto…

…come sarebbe a dire che ci hai sempre creduto? Non hai fatto altro che scrivere l’esatto opposto!

Lo so. Un po’ per scaramanzia, un po’ per timidezza. Ma ci credevo. Crederci è una delle due condizioni necessarie (l’altra è lavorare, lavorare tantissimo) affinché i sogni si realizzino.

Del Salone del Libro mi rimangono una sensazione di soffocamento dovuta al caldo e alla calca, tre chili buoni di libri per trasportare i quali abbiamo dovuto comprare un trolley e l’indelebile, emozionante ricordo della premiazione.

Di Torino mi rimangono gli scrosci di pioggia, l’eleganza della città e nuove amicizie.

Il treno mi riporta verso Roma. Verso Mimì e Baldovino, dei quali ho sentito la mancanza; verso il tran tran quotidiano, domani si torna in ufficio, si torna alle e-mail e alle telefonate di lavoro.

Trovo uno spazio per la menzione speciale sulla libreria in soggiorno e mi chiedo cosa ne sarà del mio romanzo, a cosa porterà un percorso editoriale tutto ancora da immaginare. Poi decido di non farmi più alcuna domanda, ma semplicemente di vivere appieno l’emozione, la felicità per aver tagliato questo piccolo grande traguardo.

 

 

 

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