Angelo di pietra

Sono andato alla cava per scegliere il blocco. Ho girato tra quelli esposti come in preda alla febbre, ma nessuno andava bene. Solo uno, aveva delle venature che mi ricordavano il cielo stellato in una notte senza luna. Ho chiesto che venisse estratto un nuovo blocco adiacente a quello che mi aveva colpito, ancora più ricco di venature; mi è stato risposto che i pezzi disponibili erano già tutti in esposizione.

 

Un tuono rimbombava dentro di me. E non ha smesso finché il gestore della cava non ha ceduto alle mie pretese. Certamente ha pensato che fossi pazzo, certamente ha pensato che fossi ossessionato: aveva ragione. Pensavo e ripensavo a quelle stelle imprigionate nel marmo e quando il mio blocco è stato separato dal resto della montagna con una carica di esplosivo – ho voluto assistere – le venature erano esattamente come le avevo immaginate.

 

Di nuovo ho dovuto lottare per far portare il blocco nel mio studio, a credito, sono un povero artista squattrinato che ha solo la forza dei suoi sogni. Finalmente eccolo lì, illuminato dalla luce che penetra dal solaio di vetro. Immenso monolite screziato di verde, di blu, d’argento.

 

Mi incuteva timore e non sono riuscito ad affrontarlo subito. Ma più passava il tempo e più mi rendevo conto che se avessi aspettato troppo, non avrei mai iniziato. Ho usato i miei strumenti, dal più grande al più piccolo. Il più grande è una mazza dal peso di venti chili, il più piccolo un cesello sottile come un’unghia. Ho cominciato una notte, colpendo il blocco finché la mazza non mi è caduta dalle mani sanguinanti. Cercavo il nucleo nascosto, il cuore dove la candida purezza si sposa con le venature luccicanti. Cercavo lei, l’angelo dei miei sogni, per liberarlo dalla sua prigione di pietra.

 

Ho ripreso la notte successiva, con i muscoli ancora doloranti e le mani fasciate. Lavoravo solo la notte, alla luce delle stelle. Ho lasciato la mazza e ho usato i martelli, poi gli scalpelli. La polvere fine mi intossicava, i miei abiti ne erano impregnati, i miei occhi, il naso, la bocca. Infine la lima, la carta per levigare.

 

Il blocco che la dinamite ha strappato alla cava non esiste più. La maggior parte di esso è ridotta in macerie che tuttavia conservo. Da pezzi che stanno nel palmo della mano possono nascere meraviglie. Sono venuti a prendere la statua una mattina all’alba. Le hanno costruito intorno una gabbia di legno e l’hanno trascinata via. Il suo peso faceva scricchiolare le assi del pavimento, e poi fuori, per strada, produceva un suono cupo sull’acciottolato. Quel rumore di marea che si ritira è rimasto a lungo nelle mie orecchie, ben oltre il momento in cui hanno girato l’angolo in fondo alla via. Mi sentivo orfano, nudo, ma già nasceva in me il desiderio di tornare alla cava.

 

 

 

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